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CAFFÈ E CUORE 


Per quanto concerne il sistema cardiovascolare, la caffeina induce una vasodilatazione, specie a carico di alcune arterie, ed esercita un'azione cardiotonica da cui deriva una tendenza all'aumento della pressione appena percettibile e clinicamente poco significativa: difatti il maggior lavoro del cuore è compensato da una vasodilatazione in altri distretti vascolari come reni e polmoni.
Ipertensione, aritmie, coronarie
Quando si tratta di cuore, le domande sono sempre quelle. Il caffè - o meglio la caffeina, perché non c'è soltanto il caffè in ballo - può disturbare, causare aritmie, per esempio? E con le palpitazioni, allorchè il cuore sembra arrivare in gola, come la mettiamo? Ancora, la pressione aumenta se ci facciamo una tazzina in più? Non bastasse: e le coronarie, che cosa succede alle "autostrade" del cuore, non le intasa la caffeina? Una delle maggiori difficoltà nel determinare gli effetti della caffeina è rappresentata dalla potenziale influenza di numerose variabili, legate tanto al modo di vivere della persona quanto all'ambiente in cui essa vive, che confondono le carte in tavola. Un esempio classico è quello del fumo della sigaretta. Numerose ricerche hanno dimostrato una stretta relazione tra sigarette e tazzine di caffè. In particolare, il fatto che il fumatore tenda a consumare più caffeina trova una sua "giustificazione": l'emivita della caffeina nell'organismo del fumatore è più breve rispetto a quella del non fumatore, non c'è dubbio. Ma è anche vero, però, che il fumo e il consumo di caffè, piuttosto che di alcol, possono identificarsi con un particolare stile di vita, più intenso e considerato meno salutare, di persone che a volte hanno anche una glicemia elevata, tendono ad essere obese e comunque vanno facilmente in sovrappeso, consumano cibi più ricchi di grassi e colesterolo, e per le quali spesso la tazzina in più è una forma di reazione allo stress. Così, poiché molte ricerche su caffè e caffeina sono state condotte in diversi gruppi di popolazione, il peso delle variabili "confondenti" può essere notevole. Ed oltre tutto riesce difficile controllare tutte queste variabili - individuali, si è detto, e ambientali - nella fase di analisi dei dati. Per stare all'esempio classico, se in uno studio si esaminano i rapporti tra caffè e malattie cardiache, non considerando il consumo di sigarette o sottostimandolo, la parte di malattie attribuibile al fumo verrebbe a torto attribuita al caffè. Questo per spiegare la diversità delle risposte; ma anche per rendersi conto del perché si continui a scrivere e a discutere sull'esistenza di rapporti tra consumo di caffè e patologie cardiovascolari. Vale la pena di ritornarci, per proporre gli ultimi studi che hanno ulteriormente precisato i rapporti intercorrenti tra il caffè e tali malattie. Ben precisi, e in un certo senso definitivi, gli studi recenti, in particolare di Lauretta A. Lynn e altri (Hearth and Lung, luglio-agosto 1992) e lo "Scottish Health Study" di C.A. Brown e collaboratori; nonché una ricerca di risonanza mondiale, quella condotta da Diederich E. Grobbee e Walter Willet alla Harvard University di Boston, e un'altra rassegna, dovuta a Myers, in cui sono state esaminate tutte le più importanti ricerche cliniche circa una possibile associazione tra consumo di caffè e malattie cardiache.
Inequivocabilmente, a conclusione del suo studio, Lauretta A. Lynn afferma: "Non si sono trovati riscontri oggettivi che possano far pensare ad una correlazione tra assunzione di caffè e sviluppo di affezioni coronariche". Nello "Scottish Health Study", che ha chiamato in causa 10.359 soggetti di ambo i sessi d'età compresa tra i 40 e i 59 anni, (quando cioè è maggiore l'esposizione al rischio e più alta è l'incidenza dei decessi per cause cardiovascolari), la conclusione di C.A. Brown è altrettanto inequivocabile. Lo studio dimostra chiaramente che non ci sono rischi correlati al consumo di caffè per quanto riguarda l'infarto miocardico o le malattie delle coronarie, e suggerisce addirittura la possibilità di un leggero effetto protettivo che cresce all'aumentare della quantità di caffeina.

La ricerca Grobbee-Willet ha interessato 45.000 uomini di età compresa tra i 40 e i 75 anni, che sono stati seguiti per oltre due anni proprio allo scopo di evidenziare possibili relazioni tra i loro abituali consumi di caffè e l'eventuale comparsa di infarto o altre cardiovasculopatie piuttosto che la necessità di interventi cardiochirurgici quali il by-pass o altri. In nessun caso il consumo di caffè si è rivelato un fattore di rischio. Non ha influito nemmeno il consumo quotidiano di 4 o più tazze di caffè americano, il cui contenuto in caffeina è maggiore rispetto a quello delle tazzine di moka o di espresso. La conclusione, ancora una volta, è che il consumo moderato di caffè non risulta essere in alcun modo legato a un aumento dell'incidenza di malattie cardiovascolari, comprese quelle cerebrovascolari. La rassegna di Myers, infne, ha coinvolto un analogo ampio spettro di malattie cardiache, particolarmente aritmie, disfunzioni ventricolari, aumento della frequenza. Per quanto riguarda la frequenza cardiaca, è luogo comune considerare il caffè responsabile di un innalzamento del numero dei battiti, essendo la caffeina un blando stimolante. Invece è stato rilevato e confermato ripetutamente che il caffè non solo non fa aumentare la frequenza cardiaca, ma riesce addirittura ad abbassarla.


IPERTENSIONE


Nel 1988 sono stati pubblicati i risultati di una ricerca molto estesa sull'ipertensione, condotta negli Stati Uniti su un numero molto consistente di soggetti, in modo da superare in attendibilità qualunque altro studio analogo.
Da essi risulta che il consumo abituale di caffeina proveniente da fonti diverse  (caffè, bevande gassate dolci, cioccolato, farmaci analgesici) non è correlato ne all'ipertensione né all'infarto del miocardio, né al cancro. Tra i 10.000 ipertesi selezionati vi erano non consumatori, consumatori moderati di caffeina, e consumatori in forti dosi. E' stato dimostrato che non esiste una relazione  tra le diverse categorie di consumo e le frequenze di mortalità per le patologie che abbiamo citato. (Martin JB, Annegers TF, Curb JD, Heyden S, Howson C, Lee ES, Lee M: Mortality Patterns among Hypertensives by Reported Level of Caffeine Consumption. Prev. Med. 17:310-320, 1988).

 

CAFFÈ E OSTEOPOROSI     

    
Si era parlato insistentemente anche di una relazione fra consumo di caffè e osteoporosi, che è poi risultato improbabile alla luce di studi approfonditi. 




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